Welfare, cittadinanza attiva e sussidiarietà: la trasformazione di Arcigay

Welfare e nuovi modelli di azione per le Politiche sociali

Il modello di azione politica delineato nelle sezioni che precedono, la cd. ‘terza via’ e la sua declinazione concreta nel mondo del lavoro, assegna ad Arcigay un ruolo sociale del tutto nuovo,  ben più ampio rispetto al passato e certamente più efficace.

Oltre all’azione politica sul piano dei diritti, noi proponiamo che Arcigay, all’interno dell’attuale contesto sociale, economico e giuridico, non si limiti ad agire quale semplice erogatore di servizi, ma divenga, al contempo, centro propulsivo e propositivo di questi stessi servizi e, più in generale, dell’intero sistema di protezione sociale.

Questo duplice modello di azione sociale potrà essere esercitato, accanto ad Arcigay, anche dalle associazioni ad essa affiliate, coniugando in modo innovativo l’organizzazione economica della loro attività con le finalità sociali di cui esse sono portatrici.

Al di là di una trattazione specifica riguardante in modo specifico le politiche sociali, tema che rinviamo alle pagine seguenti, in questa sede non possiamo trascurare un dato di fatto e cioé che, da almeno trent’anni, il modello storico di welfare, quello comunemente definito come ‘Stato sociale’, sia entrato innegabilmente in crisi profonda.

Una breve premessa

Per politica sociale definiamo l’insieme delle specifiche norme e modalità operative con le quali gli Stati producono e distribuiscono beni e servizi finalizzati al benessere dei/lle cittadini/e, nonché i principi sulla base dei quali la classe politica regola le loro relazioni.

Le politiche sociali, in generale, si articolano nei seguenti settori: politiche del reddito; politiche sanitarie, servizi sociali, politiche per l’alloggio, politiche attive del lavoro, politiche dell’istruzione, politiche ambientali. Storicamente, in Europa si è affermato un modello di welfare designato come Stato sociale (Welfare State): lo Stato assume su di sé il compito di rispondere ai bisogni non più solo dei/lle lavoratori/trici, ma di tutti/e i/le cittadini/e, anche non lavoratori/trici, riconoscendo tali bisogni (di reddito, di salute, di istruzione, di alloggio, di lavoro) come diritti sociali di cittadinanza.

Il sistema di politiche sociali legate al modello di Welfare State è entrato in crisi negli anni ottanta del secolo scorso per una plurima serie di ragioni. Numerose le soluzioni proposte per salvaguardare ovvero superare il modello di Welfare State. Tra di esse ricordiamo la proposta di chi intende solo ammodernare lo Stato sociale in termini di efficienza e di efficacia, mantenendone interamente l’impianto; la proposta di chi intende, invece, far arretrare il livello della stessa protezione sociale, reintroducendo un criterio minimo di garanzie solo per i/le cittadini/e non in grado di entrare nel mercato economico; vi è, poi, la proposta di chi si limita a combinare le due teorie precedenti e, infine, esiste una quarta via, denominata come teoria del ‘pluralismo societario‘ o, più comunemente, del ‘welfare society’.

Riteniamo questo modello, elaborato alla fine degli anni ’90 dal prof. Pierpaolo Donati, di notevole interesse, in quanto amplia e valorizza i più diversi attori sociali all’interno di un nuovo sistema di protezione sociale dei/lle cittadini/e. Detto modello, integrandosi con quello tradizionale del Welfare State (riformato in termini di maggiore efficienza ed efficacia), può rispondere meglio di altri alle esigenze di tutela sociale e giuridica delle persone lgbtiq, soprattutto in materia di contrasto dei fenomeni di discriminazione economica e sociale, in quanto valorizza in modo significativo l’azione degli enti intermedi privati portatori dei loro interessi diffusi.

Secondo questa concezione, infatti, il sistema di protezione sociale si articola in quattro settori: politica, economia di mercato, Terzo settore e realtà della vita quotidiana (famiglie, reti informali di sostegno). In tal modo, il sistema di di produzione delle condizioni di benessere per i/le consociati/e non è più prerogativa dello Stato, ma diventa una funzione sociale diffusa.

Di primaria importanza, in questa teorizzazione, la funzione sociale assegnata al lavoro. Esso, infatti, assume la natura di primo fattore di relazione sociale nei rapporti tra le persone. In particolare, il lavoro ‘societario’ non viene più inteso soltanto come attività di prestazione finalizzata ai bisogni umani in termini di produzione di beni e di servizi, ma anche e soprattutto come azione reciproca fra soggetti che interagiscono come produttori – distributori – consumatori, calata in una economia che è ‘sociale’ nella misura in cui essa è in grado di divenire ‘reticolare’. Quando, cioè, valorizzando al massimo grado le relazioni sociali e ponendo la persona al centro del sistema di produzione di benessere, essa è in grado di dotarsi di una sorta di capacità civilizzatrice, assumendo su di sé scopi di integrazione sociale e non solo di semplice incremento del benessere economico.

Una siffatta economia reticolare pone la persona, e non la sua prestazione, al centro del modello di produzione e presuppone, di necessità, una sempre maggiore capacità contrattuale in capo alla società civile nei confronti dello Stato.

In questo senso, le proposte relative alla ‘terza via dei diritti’ e alle politiche di inclusione delle persone lgbtiq nel mondo del lavoro, delineate nelle sezioni precedenti, valorizzano in modo del tutto nuovo tale sistema di protezione sociale diffusa e reticolare.

Non solo. Ma il loro comune denominatore si rinviene agevolmente nel ruolo esercitato dagli enti intermedi privati, tra i quali le associazioni portatrici di finalità sociali e solidaristiche, tra le quali Arcigay.

A sua volta, il sistema di protezione sociale diffuso è uscito rafforzato e integrato da nuovi modelli di azione politica affermatisi negli ultimi decenni.

Intendiamo far riferimento, in particolare, al concetto di ‘Cittadinanza Attiva’, che più si avvicina e integra la teoria della protezione sociale diffusa. La nozione di Cittadinanza Attiva ha un duplice e cangiante significato, con riguardo, da una parte, agli attori sociali che la compongono e, dall’altra, agli scopi che essa si prefigge.

Sotto il primo punto di vista, per Cittadinanza Attiva s’intende l’insieme di tutte quelle organizzazioni nate e gestite in modo autonomo dai/lle cittadini/e per prendere parte all’identificazione e al conseguente direzionamento dei problemi di rilevanza pubblica (tra di esse, ovviamente, rinveniamo anche le associazioni di promozione sociale e le imprese sociali).

Sotto il secondo punto di vista, per Cittadinanza Attiva s’intende la capacità dei/lle cittadini/e di organizzarsi in modo multiforme, di mobilitare risorse umane, tecniche e finanziarie, e di agire nelle politiche pubbliche con modalità e strategie differenziate, per tutelare i diritti e prendersi cura dei beni comuni, esercitando a tal fine precisi poteri e responsabilità. Poteri e responsabilità finalizzati anche e soprattutto alla tutela dei diritti, attraverso la quale la persona, singola o associata, può manifestare, far valere e rendere effettive le proprie legittime esigenze di fronte ai suoi interlocutori, o soddisfarle costruendo da sé le risposte.

A questo modello di esercizio di potere sociale sono connesse altre strategie di azione politico-sociale, direttamente afferenti realtà associative, come Arcigay, che sono stakeholders rispetto al raggiungimento di livelli di eguaglianza e non discriminazione per le persone lgbtiq.

Facciamo riferimento, in particolare, ai concetti di:

  • empowerment, inteso come processo di acquisizione, da parte dei soggetti subalterni, del controllo sulle diverse manifestazioni del potere sociale;
  • capacity building, inteso come l’insieme dei processi di azione finalizzati alla costruzione e al consolidamento delle capacità, da parte dei soggetti esclusi, marginalizzati, discriminati o comunque svantaggiati, di tutelare e perseguire autonomamente i propri diritti e i propri interessi,
  • mainstreaming, rispetto al quale detti processi non sono portati avanti soltanto in apposite stutture o per politiche specifiche, ma anche tramite l’inserimento di azioni tese a perseguire l’eguaglianza in ogni politica pubblica, anche in quelle, cioé, non direttamente finalizzate a questo scopo.

Il quadro generale così delineato, in definitiva, corrisponde ad un insieme di azioni e di politiche sociali alle quali Arcigay, per conseguire i propri scopi statutari, può e deve far riferimento.

Altrettanto importante è sottolineare che di fronte a questo stesso quadro, e alla crisi sociale da cui esso è scaturito, il nostro legislatore, per una volta tanto, non è rimasto indifferente.

Welfare e diritto

Il legislatore costituzionale, nel 2001, ha riformato l’art. 118 della Costituzione, inserendo un ultimo comma, secondo il quale “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Ancor più specificamente, nell’anno 2000, il legislatore ordinario ha riformato il nostro assetto del sistema di protezione sociale con la legge 8 novembre 2000 n. 328, che all’articolo 1 recita: “La Repubblica assicura alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali, promuove interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione e diritti di cittadinanza, previene, elimina o riduce le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia”.

Di seguito, l’articolo 1 della legge n. 328/2000 stabilisce che “la programmazione e l’organizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali compete agli enti locali, alle regioni ed allo Stato […] secondo i principi di sussidiarietà […]”, valorizzando anche il ruolo “degli organismi non lucrativi di utilità sociale, degli organismi della cooperazione, delle associazioni e degli enti di promozione sociale […]”, i quali partecipano anch’essi alla progettazione, realizzazione, gestione e offerta dei servizi.

Tre sono gli aspetti rilevanti da sottolineare:

a) il legislatore, nel disciplinare il sistema di Welfare, ha introdotto un principio di sussidiarietà non rigido, integrando tra loro Welfare State e sistema di protezione sociale diffuso;

b) il sistema integrato di protezione sociale viene arricchito di nuove forme e di nuovi scopi: infatti, è tramite la fornitura di interventi e servizi sociali che la nostra legislazione prevede un impegno pubblico contro la discriminazione, per l’inclusione sociale e per il libero sviluppo della personalità di ognuno;

c) gli enti privati si vedono riconosciuto un ruolo primario accanto allo Stato e agli enti locali, in tutti gli ambiti di progettazione, sviluppo e fornitura delle azioni di protezione sociale.

Gli enti associativi, quindi, possiedono oggi tutti gli strumenti sociali e normativi per svolgere appieno il loro  ruolo di attori in seno al modello integrato di protezione sociale.

Arcigay, in tale contesto, deve valorizzare ed utilizzare questi stessi strumenti per divenire, da semplice soggetto erogatore di servizi, anche e soprattutto un centro propulsivo e propositivo di politiche sociali legate all’inclusione sociale e al contrasto delle discriminazioni agite nei confronti delle persone lgbtiq, in tutti i loro ambiti di vita.

Accanto ad Arcigay questo stesso ruolo, in chiave di compartecipazione, potrà essere svolto anche dalle associazioni ad essa affiliate, valorizzandone progettualità politica, finalità solidaristiche e organizzazione economica.

Questo terzo ed ultimo aspetto, in particolare, potrà conoscere una significativa evoluzione, laddove sarà consentito alle associazioni affiliate di organizzare la propria attività anche in forma di imprenditorialità sociale.

Ciò trova un preciso substrato giuridico nella recente normativa che istituisce e disciplina le imprese sociali.

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