Politiche e servizi sociali: territori, generi, generazioni, movimenti, culture, intersessualità

ENTI E ISTITUZIONI LOCALI

La valorizzazione del lavoro dei territori e dei coordinamenti regionali

In un’ottica complessiva di valorizzazione dei territori, il rapporto tra i circoli e i coordinamenti regionali con  gli enti locali gioca un ruolo di importanza sempre maggiore nel determinare la qualità della vita degli/delle abitanti dei territori amministrati: sanità, trasporti, formazione, istruzione primaria, istruzione professionale, percorsi di re/inserimento nel mercato del lavoro, interventi carcerari, politiche abitative.

L’educazione alle differenze e il contrasto agli stereotipi devono diventare un patrimonio condiviso non solo di tutta l’offerta formativa, di ogni ordine e grado, affinché con gli strumenti culturali si possa favorire l’inclusione sociale e si prevengano le discriminazioni e la violenza; ma anche di ogni ramo dell’amministrazione pubblica, di modo che svolgendo la propria funzione possa davvero garantire a tutti/e i diritti costituzionali e umani, tendendo al diritto alla felicità di ogni individuo.

Perché questo patrimonio non vada disperso, perché ciascun intervento non resti isolato, sarebbe ottimo partecipare e dare concretezza a progetti come la rete READY (Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere), il cui scopo è proprio quello di scambiare le buone prassi e migliorarle, facendo tesoro dei progetti-pilota condotti su tutto il territorio nazionale, socializzandoli.

Agevolare l’empowerment di reti territoriali tra circoli, comitati e pubbliche amministrazioni al fine di  promuovere i Registri delle Unioni Civili con provvedimenti che diano alle coppie che vi si iscrivono diritti sul fronte della sanità, del welfare, dell’accesso alla pubblica amministrazione o di altri servizi comunali, perché laddove abbiano avuto approvazione questo non sia un atto meramente simbolico. L’assunzione da parte delle amministrazioni locali del bilancio di genere come strumento analitico atto a capire in che modo le variazioni di bilancio incidano indirettamente – ma non per questo meno concretamente – nella vita quotidiana delle donne. Se, infatti, le spese e i tagli sono concepiti in riferimento a un soggetto presuntamente neutro, non possiamo dimenticare che si è sempre trattato di un soggetto maschile.

Similmente, vanno sperimentate forme di analisi dei bilanci in chiave anagrafica, tenendo ad esempio presente che una crescente popolazione lgbtiq anziana ha, rispetto alla controparte eterosessuale, esigenze specifiche e può far leva su meno strumenti informali (principalmente figli/e, che spesso non ha) a garanzia del proprio benessere in terza età.

La valorizzazione e la promozione di coordinamenti regionali di circoli nell’ottica di un loro coinvolgimento politico a livello regionale si muove parallelamente a quanto le Regioni possano su temi legati alla popolazione lgbtiq.

Le competenze spaziano infatti dalla formazione professionale alle politiche del lavoro, da certi aspetti delle politiche industriali a buona parte del welfare e della sanità.  Una nostra pressione in quest’ottica potrebbe infatti promuovere e/o agevolare meccanismi inerenti a:

  • Formazione professionale: sviluppo iniziative di formazione professionale, in particolare nei confronti delle persone svantaggiate e a rischio di esclusione, sociale, come ad esempio le persone transessuali;
  • Politiche del lavoro: monitoraggio delle discriminazioni sul luogo di lavoro; attuazione di politiche contro le discriminazioni;
  • Campagne informative sul cosiddetto “diversity management”, in coordinamento con i sindacati e le associazioni;
  • Integrazione delle politiche sociosanitarie e degli interventi anti-discriminazione: le politiche di promozione sociale coinvolgono simultaneamente più ambiti, e benché la sanità sia il principale campo di intervento della Regione, solo un approccio multi-settore può far sì che ciascun intervento anziché “spegnersi”, costringendo sia gli enti che le associazioni a intervenire ripetutamente sugli stessi problemi, possa invece “propagarsi”, secondo un modello reticolare di diffusione delle buone pratiche;
  • Politiche culturali: sviluppo di politiche culturali che favoriscano l’integrazione, la conoscenza dell’alterità, la piena inclusione sociale di tutti/e;
  • Situazione delle donne transgender e transessuali detenute nelle carceri. Intervenire sulle carceri tenendo conto delle soggettività delle detenute trans, per sostenere in modo adeguato il percorso di transizione e per favorire il loro inserimento sociale e lavorativo dopo la detenzione.

Puntare quindi ad una riqualificazione della vita carceraria nell’ottica di prevenire il rischio di marginalità  promuovendo percorsi formativi specifici sui diversi orientamenti sessuali e le identità di genere verso tutti gli/le operatori/trici del carcere (guardie carcerarie, personale amministrativo, assistenti sociali).

Salute delle persone lgbtiq nella delineazione di piani di intervento regionali

Oltre alle richieste avanzate sul piano della normativa e della tutela alle istituzioni competenti, aggiungiamo un contributo di pensiero più ampio sulle questioni di ambito socio-sanitario di rilevanza, di cui si fanno carico soprattutto le associazioni. Nelle varie forme della relazione medico-paziente, un trattamento discriminante comporta un disagio notevole in un soggetto che, per i semplice fatto di trovarsi in una struttura sanitaria, è già in una condizione di fragilità: tale relazione è per noi oggetto di intervento primario, a partire dalla veicolazione di una corretta informazione scientifica, e dunque di una preparazione universitaria altrettanto corretta e comprensiva, che non dia adito all’ipotesi di terapie riparative nei confronti dell’omosessualità, del lesbismo, del transessualismo e transgenderismo. Percorsi che, di fronte ad una assistenza sociale spesso non strutturata e una preparazione spesso inadeguata delle figure di supporto psicologico e psicoterapeutico, nel rapporto con il/la paziente lgbtiq, supportino e organizzino una formazione che tenga conto degli orientamenti sessuali, delle identità ed espressioni di genere.

Il tema della salute e della formazione sanitaria è particolarmente rilevante se si riflette sul peggioramento dell’educazione sessuale dei/delle giovani e sulla salute psicologica dei/delle minori lgbtiq, che devono essere destinatari/e di interventi volti a migliorare gli ambienti nei quali vivono e, a garantire, dove necessario, anche un’accoglienza in progetti pilota di casa-famiglia.

Nei servizi sociali è poi completamente assente una tutela dell’età anziana dei/delle pazienti lgbtiq o del soggetto non autosufficiente di qualsiasi età, che si ritrova in condizioni di forte solitudine e impotenza, spesso senza figli/e o abbandonato/a dalle famiglie di provenienza con cui non ha mantenuto stabili rapporti in seguito alla definizione della propria identità e dell’orientamento sessuale. L’unica forma di sostegno presente è la rete solidaristica che si stabilisce grazie alle relazioni di amicizia e di associazionismo lgbtiq, gratuita e volontaria, ma inadeguata a rispondere alla complessità delle esigenze; dove tale rete è assente, si è costretti/e a tornare a fare affidamento su rapporti familiari, con ovvi problemi di relazioni conflittuali pregresse, complicati però dalla malattia, dall’anzianità, dall’assenza di autosufficienza. Si tratta quindi di promuovere in associazione percorsi di supporto e formazione per l’attuazione e la socializzazione di prassi che attraverso i territori agevolino il raggiungimento di questi obiettivi.

Azioni sull’intersessualità

Nell’ordinamento giuridico e nella prassi, il diritto alla salute in Italia va in teoria a braccetto con il diritto all’autodeterminazione dell’identità di genere. Per questo l’intersessualità si pone come questione spinosa, colpevolmente ignorata quando non occultata. Va introdotto, secondo quanto indicato dalle associazioni di persone intersessuali, il divieto di trattamento e ri-assegnazione di genere in neonato/a che presentino caratteristiche sessuali non immediatamente ascrivibili a uno dei generi sessuali prevalenti. A oggi, infatti, la ri-assegnazione è realizzata ricorrendo a tecniche “normalizzanti” e invasive di chirurgia genitale neonatale. Tanto il personale medico quanto i genitori vanno opportunamente formati, informati e supportati, perché il/la bambino/a possa crescere sano/a e vivere un’evoluzione personale e consapevole, nella serenità di tutte le persone coinvolte. Le persone intersessuali e quanti/e stanno loro vicino hanno il diritto di trovare attorno a sé – dentro e fuori le strutture ospedaliere – un ambiente che ne supporti lo sviluppo e ne curi il benessere.

Il rapporto sui generi come cardine di rinnovamento culturale e condivisione delle lotte

Il documento non prescinde da un’accurata analisi riguardante i generi e i rapporti che ne stabiliscono le relazioni. Rimane cardine inamovibile del nostro impegno che il sessismo sia riconosciuto e nominato come causa di violenza e discriminazione ai danni di donne lesbiche ed eterosessuali, di gay e di transessuali. La violenza come strumento di repressione e punizione dei soggetti non allineati è oramai usata in modo sistematico: che finalmente si parli di femminicidi e di pestaggi eterosessisti, e che queste violenze non vengano giustificate come raptus di gelosia, incontrollabili omicidi “passionali”,  un generico bullismo o “lo squallore di «certi ambienti»”; deve piuttosto essere sempre ben chiaro chi è il mandante occulto che avalla la repressione e la strategia di controllo che esso adopera.

La lotta al sessismo e al machismo è un contenuto imprescindibile della presente mozione. Non è difficile comprendere come l’oppressione delle donne e quella dei soggetti lgbtiq siano da considerarsi come aspetti diversi del dominio e del privilegio maschile-eterosessista; la rappresentazione sociale che si dà dell’omosessualità, del lesbismo e del transessualismo, basata su una serie di stereotipi misogini, è solo un esempio di questa stretta relazione. La connotazione stereotipata, la subalternità, la violenza subita – sia nella sua dimensione quotidiana, e più frequentemente familiare, di vessazione psicofisica e maltrattamento, sia nella dimensione estemporanea di violazione brutale dell’integrità personale – sono esperienze che accomunano le discriminazioni e violenze di genere a quelle per orientamento sessuale. Il fenomeno è pervasivo e misconosciuto: non solo nella discriminazione quotidiana subita sul luogo di lavoro e nelle relazioni sociali e affettive, ma anche nella descrizione della violenza fisica, viene colpevolmente omessa la vera causa dell’aggressione preferendo il ricorso ad un sensazionalismo dell’emergenza.

È inoltre opportuno ribadire la complessa situazione di donne lesbiche e transessuali, oggetto di forme di discriminazione multipla, in ragione dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale, dell’identità ed espressione di genere. Stante il fatto che parte della stessa comunità lgbtiq non ha ancora del tutto acquisito strumenti propri di lotta al sessismo e al machismo, veicolando al proprio interno stereotipi non adeguatamente destruttrati, dinamiche e modelli di relazione di stampo patriarcale, l’impegno sarà quindi di un’azione culturale di sistema su più fronti e a più livelli per una formazione adeguata in merito a questi ambiti al fine di dare piena dignità di esistenza alle donne (eterosessuali, lesbiche e transessuali) in ogni contesto, compreso quello dell’Associazione, adoperandoci perchè entri nell’uso comune del linguaggio il termine lesbofobia, che non può essere incluso nell’omofobia con la presunzione dell’onnicomprensività del maschile universale, perché ciò azzererebbe la differenza tra gay e lesbiche, invisibilizzando ancora una volta queste ultime nel loro essere donne, non considerando la discriminazione nella sua propria complessità.

Valorizzazione delle identità come nuovo motore aggregativo

Vogliamo che il movimento LGBTIQ agisca nell’ottica di un sostanziale innalzamento della consapevolezza interna, valorizzi la molteplicità di esperienze aggregative e la proliferazione di fenomeni culturali underground. Pratiche, comportamenti e identità sessuali hanno infatti sempre generato microculture specifiche, alle quali spesso si legano vere e proprie etiche e stili di vita. Queste modalità aggregative vanno valorizzate dando loro pari dignità a partire dalla comunità lgbtiq stessa. D’altro canto, le pratiche politiche fin qui adottate non hanno saputo rispondere ai bisogni di una parte della popolazione presente nei luoghi di aggregazione e socializzazione, la stessa che spesso risulta assente dal palcoscenico della contrattazione sociale, dell’attivismo e della militanza. Questa disaffezione alla politica si somma spesso alle difficoltà individuali nel dirsi gay, lesbiche e trans, portando talvolta al paradosso di vivere come soggetti lgbtiq senza riconoscersi parte di alcuna comunità, perseguendo una forma di normalizzazione o di mimetizzazione che certo è in parte dettata dal convergere di una crisi economica con uno stigma sociale mai eliminato, la qual cosa fa prevalere il lucido calcolo della convenienza per rispondere all’emergenza, per soddisfare necessità primarie, al valore del coming-out.

Se la distanza di molte persone lgbtiq dalla politica attiva e il divorzio tra stili di vita e posizionamento politico è imputabile in qualche misura ai limiti e alle omissioni delle associazioni, è altrettanto chiaro come gli stessi luoghi di ricreazione siano riusciti ad incidere spesso in modo prepolitico sulla popolazione lgbtiq, cogliendo solo parzialmente la possibilità di sviluppare un intrattenimento che andasse nel senso dell’autodeterminazione, della uscita dagli stereotipi e della rivendicazione di pari cittadinanza e diritto alla felicità.

Cogliamo dunque l’occasione per dare risalto a tutti quei momenti e luoghi che – ciascuno a suo modo – vogliono a rivitalizzare la partecipazione politica, diventando occasioni di scambio, anche insolito o impensato.

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