La strategia politica: “il doppio passo”, un nuovo conflitto e il recupero delle grandi battaglie civili

Alcuni punti della strategia di questi anni devono ritenersi, a nostro avviso, assolutamente irrinunciabili e, semmai, da chiarire ulteriormente e da implementare.

Essi sono:

  • La fine del collateralismo con i partiti;
  • L’affermazione di un diritto/dovere di dialogo con tutti, da destra a sinistra, in una logica di autentica lobby e fuori da qualsiasi conflitto ideologico;
  • La creazione ed il consolidamento di una rete di alleanze sociali e politiche;
  • Il ruolo di interlocuzione istituzionale dell’Associazione e la sua capacità di svolgere funzioni di stakeholder e di advocacy;
  • La conferma delle teorie che hanno ispirato la nostra linea strategica da Perugia in poi, come illustrate nel capitolo III della Prima Parte;
  • In particolare, la conferma della linea di massima rivendicazione sui tre punti: l’ estensione del matrimonio civile come realizzazione dell’eguaglianza; una legge sulle coppie di fatto come riconoscimento dei differenti modi di essere famiglia; l’estensione della Legge Mancino alle fattispecie di omofobia e transfobia. Oltre al piano rivendicativo come presentato per esteso alla fine del capitolo successivo (IV).
  • Riteniamo, tuttavia, che al consolidamento di queste posizioni debba aggiungersi un cambiamento della linea che tenga conto principalmente di tre fattori: crisi economica, probabile restringimento degli spazi politici e dinamiche di allontanamento delle persone dai partiti nei processi di partecipazione.

La crisi economica richiederà uno sforzo aggiuntivo nella comunicazione e nella capacità di declinare la nostra rivendicazione all’interno della crisi stessa, per non incorrere nel rischio di essere marginalizzati dall’agenda politica o di escludercene da soli.

Il restringimento degli spazi politici sarà invece reso probabile, oltre che dalla prosecuzione e dal probabile aggravamento della crisi economica e sociale, anche da un consolidamento delle alleanze del futuro governo verso un centro cattolico e da una composizione del futuro Parlamento che potrebbe ancora una volta rivelarsi non risolutiva, soprattutto in assenza di una legge elettorale adeguata. I nostri temi ne risulterebbero ridimensionati, se non esclusi.

Le dinamiche di mutamento nei processi di partecipazione parrebbero consolidare un fenomeno inverso rispetto a quello che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni: dopo avere assistito ad un allontanamento della politica dalla società, si evidenzia un allontanamento della società dalla politica.

a) La teoria del “doppio passo”

La coesistenza di questi tre fattori con l’identità politica che Arcigay si è data in questi anni e che ci ha permesso di assumere, per la prima volta, un’autentica strategia di lobby, richiede una sorta di alchimia, ovvero un “doppio passo”. Da una parte dobbiamo infatti mantenere una capacità “istituzionale a tutto tondo”, perché la relazione con le Istituzioni centrali e locali, i media, le Forze dell’ordine, le imprese e parte della società civile si è rivelata essenziale, come nell’accesso e svolgimento dei percorsi progettuali. D’altra parte, però, il restringimento degli spazi politici, la crisi economica e quella di partecipazione, ci indirizzano chiaramente a recuperare e rilanciare il rapporto con le piazze ed alcune dinamiche conflittuali. La coesistenza dell’aspetto istituzionale con quello più propriamente di azione e movimento, imporrà, appunto, la coesistenza di “due passi”, entrambi essenziali, e ci spingerà a logiche agili ed innovative perché, a nostro avviso, uno strappo in senso unidirezionale, con la rinuncia ad una strategia in favore dell’altra, risulterebbe deleterio per Arcigay. Accanto alle azioni di lobby diventerà fondamentale recuperare la capacità di iniziativa nei territori ed agire con modalità coordinate a livello nazionale, direttamente ed incisivamente sui nostri temi: dobbiamo portare i matrimoni e le coppie, e i nostri figli e le nostre figlie nelle piazze; dobbiamo organizzare momenti di visibilità; dobbiamo riappropriarci di una rappresentanza confermata dalle iniziative dirette, forti, specifiche sui nostri temi.

b) La teoria dei mutamenti indotti

Questo recupero di un’ iniziativa che ci restituisca azione, rappresentanza e specificità sui nostri temi non deve tuttavia diventare ragione di un “isolamento” di Arcigay. Nel corso degli anni abbiamo spesso sposato cause differenti, a sostegno di temi e battaglie anche molto lontane dalle caratteristiche delle istanze lgbtiq che attraversano abbastanza trasversalmente la società. Riteniamo che il Congresso di Perugia abbia però consolidato una svolta che merita di ricevere ancora fiducia: un approccio non “oggettivo” ai temi differenti dal nostro, ma “soggettivo”, che ci ha messo in relazione e rapporto di partnership non tanto con i temi, ma con le rappresentanze degli stessi. Fermo restando la nostra storica vicinanza a tutte le battaglie di affermazione dei diritti e della dignità delle persone, questa intuizione ci ha permesso di realizzare consapevolmente una dinamica diversa: non più il nostro spostamento su “altro”, ma lo spostamento di “altro” su noi. Abbiamo così letteralmente indotto dei mutamenti rispetto ai nostri temi da parte di numerose associazioni, anche culturalmente lontane, di aziende, organizzazioni e persino di istituzioni.

c) Il Tavolo trasversale contro le discriminazioni

L’azione condotta in questa direzione, ed esplicitata nel punto precedente, ha creato oggi le condizioni ideali per costituire un Tavolo trasversale che riunisca le associazioni di contrasto a tutti i fattori di discriminazione. Questo definirebbe un patto politico che potrebbe rivelarsi determinante nell’elaborazione di strumenti inediti e capaci di scardinare ostilità su temi specifici: pensiamo, ad esempio, ad un testo unico contro tutte le discriminazioni.

d) L’ipotesi del “quadro peggiore”

Se dovesse confermarsi il quadro peggiore, poi, dovremmo ritenere conclusa la fase espansiva che, dal 2000 in poi, ci ha portati a confidare in una svolta normativa. Se anche nei primi 100 giorni della prossima Legislatura dovessimo verificare l’insussistenza di una volontà politica risolutiva nell’accoglimento della nostra piattaforma rivendicativa, infatti, ritorneremmo del tutto ad una “necessità” di conflitto, con un ripristino delle condizioni e delle prassi politiche che hanno caratterizzato parte della storia del Movimento tra gli anni 80 e 90. L’attesa di una soluzione normativa è passata dalla rabbia alla diffidenza, alla speranza, poi alla fiducia: ha trasformato rapporti conflittuali con i partiti e le istituzioni in modalità dialoganti e infine, per una parte della nostra storia, in oggettiva subordinazione e collateralismo. Oggi abbiamo la possibilità di una valutazione lucida: abbiamo conquistato autonomia e autorevolezza tra difficoltà, lotte intestine e tentennamenti. Abbiamo sostituito i rapporti esclusivi con uno o due partiti adottando nuove alleanze e avremo modo di valutarne la capacità di pressione durante le prossime elezioni politiche. Tuttavia, se anche da questa tornata di elezioni il nuovo Parlamento e Governo, con la conseguente azione normativa, non dovesse portare ad alcun risultato o prospettiva concreta, il contrasto con l’investimento di tempo e di fiducia, e con uno scenario internazionale oramai uniformemente molto più avanzato di quello interno, sarebbe insostenibile.

e) Le  battaglie che creano consenso e cambiamento.

In generale, il recupero di alcune battaglie storiche dell’associazione è già oggi indispensabile ed attuale, perché sollecitato dalla realtà, mentre l’adozione di strumenti nuovi non è mai stata realmente tentata. Riteniamo così che Arcigay debba recuperare alcune istanze di libertà: la battaglia di liberazione sessuale, declinata in un’ottica di relazione positiva con se stessi/e e con la dimensione del corpo, del benessere e della salute; la battaglia contro l’ipocrisia culturale italiana, che vede nel reato di “atti osceni in locali pubblici” la traduzione normativa e il simbolo dell’anomalia italiana. Esiste poi una “tolleranza repressiva” che si sostanzia in una finta inclusione, in un assorbimento dei temi lgbtiq per silenziarli ed occultarli: anche questo è parte di un antico approccio tipicamente italiano all’omosessualità e va affrontato con precise battaglie e campagne sulla visibilità. I già citati dati ISTAT ci confermano il rilievo strategico di questa direzione. Ci appare ancora densa di significati politici, soprattutto in una fase di regressione culturale, la battaglia per l’autodeterminazione, che restituisca agli individui il senso di una libera e possibile assunzione di responsabilità rispetto al proprio “diritto alla felicità”.

E’ possibile che questo documento venga discusso mentre una campagna per il matrimonio, e un’iniziativa di legge popolare per l’estensione del matrimonio civile, saranno iniziate: le circostanze politiche sono state oggettivamente sfavorevoli nell’ultimo biennio, ma, mai come oggi, presentano, invece, l’evidenza di un’opportunità storica per un grande dibattito popolare e generale, ben oltre i confini della nostra comunità. Arcigay, infine, necessita di una task force in grado di intervenire ovunque con azioni mirate di protesta civile, anche eclatanti, e che rappresenti un quarto modo di occupare lo spazio pubblico delle piazze oltre ai Pride, alle campagne pubbliche ed alle manifestazioni locali e nazionali. In generale questi sono gli spazi in cui la visibilità sociale della battaglia politica rilancia la coesione tra associazione e comunità e allarga conoscenza e consenso nella società civile.

f) I tanti centri di Arcigay e il ruolo politico di Roma Capitale.

Alla luce della fase attuale, di questi obiettivi e di queste considerazioni, ci sembra che vadano riaffermate la peculiarità di Arcigay, nella sua dimensione di associazione nazionale, e il pregio di esserlo in quanto capillarmente articolata in territori: questo le ha permesso di essere forte e dinamica grazie ai suoi molti centri alle loro eccellenze ed iniziative. L’attenzione al quadro politico, d’altra parte, rafforza la particolare urgenza di un investimento politico netto dell’associazione nazionale nella capitale, e la ribadita necessità di avere lì una sua propria sede fisica.

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