Il movimento e i movimenti

Nell’ultimo decennio, numerosi eventi hanno spinto in direzioni talvolta assai divergenti l’agire politico delle associazioni e del movimento lgbtiq. Dal mancato riconoscimento delle unioni civili o dei matrimoni per coppie dello stesso sesso, all’aumento di famiglie omogenitoriali con figli/e; dalla crisi economica, che ha penalizzato di più i soggetti marginalizzati scaricando su di loro il peso dei tagli al welfare, a uno scenario mediatico che ha sistematicamente rimosso le diversità e stigmatizzato le differenze – a partire da quella di genere – fino all’invecchiamento della popolazione lgbtiq e all’esordio di una riflessione sull’intersessualità: il variegato mondo gay, lesbico, bisessuale, trans, intersessuale e queer ha prodotto riflessioni e azioni culturali politicamente dense e di indiscusso pregio forse a volte sparpagliate e persino marginali nella percezione interna alla comunità e al movimento. La quantità e l’interesse delle analisi e delle proposte politiche emerse nel movimento lgbtiq ci prepara a fare un salto di qualità. Vi sono infatti almeno un livello “micro” e uno “macro” nei quali le politiche lgbtiq non riguardano più solo una fetta di popolazione ma investono l’universo sociale nella sua interezza. Non è un caso se questi livelli coincidono con le due principali trasformazioni nel governo della popolazione e del territorio avvenute dall’inizio del secolo: il mutamento radicale, drammatico e irreversibile del mercato del lavoro, e il conflitto permanente nella definizione e fruizione degli spazi e dei tempi pubblici urbani. Le nostre traiettorie di vita, i nostri desideri, i nostri affetti, le nostre speranze e le nostre migrazioni ci assegnavano questa precarietà e questa conflittualità prima che si estendessero a tutta la società. Non siamo mai stati/e “solo” lesbiche, gay, trans, bisessuali o queer. Eravamo e siamo sempre contemporaneamente stati/e qualcos’altro: da qui la necessità di definire non solo rinnovati rapporti interni al movimenti ma, stanti i mutamenti storici, sociali e culturali di cui non possiamo non prendere atto, una sostanziale ridefinizione del collocamento dell’azione di Arcigay rispetto a nuovi interlocutori, a nuovi denominatori comuni. Un’identità quindi che non si sfilaccia, non si smarrisce ma si arricchisce di nuove energie e qualità, slancio e lungimiranza politica perché avanzi quel cambiamento che consideri i nostri diritti realmente i diritti di tutti/e.

Ci sembra fondamentale l’impegno alla condivisione, tra associazioni nazionali e di rilevanza nazionale, di alcuni punti rivendicativi che oramai rappresentano patrimonio di tutte e di tutti e che sostanziano, già oggi, la base concreta per un “Coordinamento nazionale lgbtiq”. Pensiamo all’estensione del matrimonio civile, come alla legge Mancino, come alla revisione della Legge 164/1982, fino ai diritti, all’omogenitorialità e al tema dei Pride.

E’ rivoluzionaria in particolare la grande sfida che il Movimento transessuale e transgender lancia alla cultura tradizionale, determinando una battaglia politica e culturale, coraggiosa e complessa che deve vederci più presenti, attenti e schierati accanto alla persone ed alle associazioni transessuali: l’Italia oggi ha le percentuali più drammatiche di esclusione, violenza e assassinio delle persone transessuali di tutta l’Unione.

Ed ancora e più che mai ci appare attuale la condivisione della grande battaglia del movimento delle donne, come dei/delle migranti, delle persone con disabilità e per la legalità. La rivendicazione di un mondo molteplice e che riconosca giustizia è la nostra rivendicazione.

L’esperienza delle ATS contro la violenza e di tutti i tavoli trasversali condivisi in questi anni da Arcigay, sono la testimonianza di una lucida consapevolezza in questa direzione.