Lettera a Bersani e Renzi

Caro Bersani e caro Renzi,

mi rivolgo a voi, in quanto esponenti maggiori del dibattito interno al più grande partito della sinistra nel nostro Paese, per provare a condividere un ragionamento.  Da alcuni giorni subiamo, forse nemmeno più con rabbia, ma con triste rassegnazione,  i clamori dell’ ennesimo scandalo di malcostume e corruzione della politica italiana.

Da quarant’anni il movimento gay, lesbico e transessuale rivendica  vanamente diritti nel nostro Paese.

Esiste tuttavia una sorta di matrice della buona o della cattiva politica che, a mio avviso, deve rappresentare un tema fondamentale anche per un migliore  PD ed una sinistra dai nuovi orizzonti, e riguarda  il modo in cui la prassi politica di un partito si realizza nell’interlocuzione con gli altri soggetti politici e, in questo caso, soprattutto con quel mondo delle associazioni che rappresenta il nerbo vitale della relazione con la gente e la realtà del nostro Paese.

Quello stesso malcostume, che la cronaca ci svela, è frutto di una degenerazione precisa: la tracotanza irriguardosa della vita delle persone, del senso dello Stato e della cosa pubblica. Ne esistono segnali inquietanti  ed uno dei tanti  è l’ingerenza nella vita delle associazioni ed il tentativo di trasformare il dialogo e la collaborazione in asservimento e controllo dei temi. Quando la prepotenza di un partito verso un’associazione, o il collateralismo della stessa verso un partito, confondono le due prassi politiche, necessariamente diverse, il danno gravissimo è alla democrazia ed al dibattito democratico.

Faccio una denuncia pubblica.  Anche Arcigay vive in questo momento un confronto interno complesso, con fasi e passaggi anche profondamente conflittuali:  andiamo a novembre a congresso nazionale. Che ci fa il PD dentro le nostre vicende? Com’è potuto accadere che ieri  a Bari, ad un congresso provinciale annunciato come teso e sofferto si siano presentati un consigliere comunale del PD, il responsabile regionale diritti civili del PD, il segretario provinciale dei giovani democratici ed altri esponenti del partito, e degli stessi giovani, a esercitare un voto a sostegno di una parte e contro un’altra, diventando essi stessi “fazione”  in un congresso finito a spintoni e vetri rotti, con decine di persone inasprite e con il vostro responsabile regionale diritti civili ad impedire al presidente nazionale di Arcigay di prendere la parola? Ma il ruolo di un partito, e soprattutto attraverso chi vi riveste ruoli delicati, non dovrebbe essere quello di osservare e semmai mediare? Siete entrati nel conflitto interno ad un’associazione per parteggiare con alcuni e contro altri, e spostare, falsandolo, il risultato di un congresso: ieri questo è quello che ha fatto il PD a Bari attraverso il voto dei suoi rappresentanti. E’ accettabile che sia  questa l’etica politica che ispira un partito? E non è forse vero che quei rappresentanti del PD, responsabili di simili ingerenze, cancellano la credibilità di qualunque battaglia contro qualunque conflitto d’interesse, poiché ne hanno incarnato un chiaro esempio con disprezzo e sfrontatezza,  e  determinano un grave danno alla vita di un‘ associazione e all’immagine del partito? Non è su queste basi  che si costruisce una relazione seria con la società civile, tanto corteggiata in tempi di elezioni. Purtroppo quello di Bari non è un caso isolato.

E’ ora di finirla con l’ipocrisia acquiescente: un partito che interferisca pesantemente nella vita di un‘ associazione come Arcigay, o che lasci che alcuni suoi componenti lo facciano, per usare l’associazione come trampolino per le loro candidature o carriere personali, è un partito  immaturo e senza futuro. Io personalmente combatterò la mia battaglia per impedire questo malcostume.

Oggi però chiedo a voi, una volta per tutte, un segnale molto forte sulla vicenda di Bari, ma, di più, il segnale di una volontà: quella di recuperare un senso del limite; la consapevolezza di ciò che è giusto o opportuno; il  pudore e il rispetto per i differenti percorsi civili e politici, e saperlo imporre come metro del vostro partito.

Non mi convince per nulla il distinguo sulla responsabilità personale di chi commette certi “errori”: esiste anche la grave responsabilità di chi li tollera e li lascia ripetere.

Paolo Patanè

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